6 Dicembre, 2018 | Di

Il lavoro dello UX Designer (spiegato a mia nonna)

UX design spiegato alla nonna

La User Experience Design è una materia multidisciplinare, volta alla massima semplificazione delle interazioni tra uomo e macchina.

Per quanto sia stata teorizzata e messa per iscritto solo negli ultimi decenni, per renderne comprensibile i concetti anche a chi davanti al web e alle nuove tecnologie si sente un vecchio dinosauro, cercheremo di spiegare in cosa consiste il lavoro di uno UX Specialist con parole che anche una nonna potrebbe capire.

La User Experience esiste da sempre. Da quando l’uomo ha costruito il primo utensile per diventare più letale nella caccia, è cominciato un inconscio processo di progettazione e  “design” volto a semplificare al massimo l’interazione dell’uomo con il mondo circostante. Insomma, la nostra perpetua ricerca di semplificazione della vita.

Il motivo per cui negli ultimi anni si è cominciato a dare un nome e una forma a questo nostro tratto istintivo è stato formare dei professionisti che riuscissero, in maniera mirata, a ottimizzare l’esperienza di un utente su una piattaforma digitale. L’obiettivo finale è che l’utente si senta a proprio agio su tale piattaforma e compia l’azione che ci aspettiamo da lui, che sia un acquisto o altro.

Per User Experience Design, come detto in precedenza, si intende l’unione di più discipline: Interaction Design, Information Architecture, Visual Design, Usability, Human Computer Interaction e, in piccola dose, Psicologia.

Infatti, l’approccio alla User Experience parte da uno studio del comportamento umano non indifferente; si può anzi dire che tutto il processo di UXD faccia peso su questa colonna portante.

Prima di indicare come effettivamente queste discipline costituiscano quello che in America è tra i 10 lavori più richiesti (e pagati) del 2018, suddividiamo il lavoro dello UX Specialist in 5 fasi fondamentali:

  • ricerca e studio
  • teorizzazione
  • test
  • ripetizione delle fasi precedenti (fino ad un esito di test soddisfacente)
  • prototipazione

Ricerca e studio

homer simpson e UX Design

Uno degli aspetti più caratteristici di questo lavoro è che due progetti difficilmente si assomigliano, o quantomeno sono esattamente uguali. Questo perché è un mestiere che potenzialmente può entrare in contatto con qualsiasi altro tipo di lavoro, a condizione che si utilizzi un qualsiasi tipo di interfaccia digitale. Perciò, uno UX Specialist si troverà a dover studiare di volta in volta materie molto differenti tra loro e a diventare un “ignorante tuttologo”, ossimoro che riassume perfettamente la sua condizione.

Per impostare un buon lavoro di UX Design, quindi, bisogna conoscere quantomeno le basi della materia sulla quale si sta intervenendo. Per farlo, uno dei metodi più rapidi ed efficaci è l’intervista nella quale si chiede, a chi effettivamente professa un determinato mestiere, come utilizzerebbe la piattaforma che stiamo progettando e di quali strumenti avrebbe bisogno.

Queste interviste sono fondamentali: permettono di avere solide basi e una panoramica su quelle che sono le abitudini lavorative di un gruppo di utenti che dovranno in futuro interagire con il nostro lavoro e con le aspettative di chi lo commissiona (stakeholder). Si tratta di un aspetto fondamentale perché, nella maggior parte dei casi, l’obiettivo non è stravolgere le abitudini dell’utente ma agevolarle in modo da abituarlo, senza che si debba sforzare, alle sempre più nuove tecnologie.

Ottenute queste informazioni, si può passare alla fase di studio di casi simili, per vedere se l’idea che ci siamo fatti è coerente con la richiesta effettiva del mercato e per fare un po’ di sano benchmarking per studiare come sono state risolte problematiche simili alle nostre.

Nella fase di ricerca e studio si affrontano, quindi, la componente psicologica riguardante le abitudini delle persone e la Human Computer Interaction. Il tutto deve integrarsi con il progetto che stiamo portando avanti.

Teorizzazione

Sheldon Cooper e Teorizzazione

Nella fase di teorizzazione ci mettiamo nelle scarpe di chi utilizzerà l’interfaccia sulla quale stiamo lavorando. Si tratta di teorizzare la Usability del prodotto e di progettare l’Information Architecture più corretta.

Tenute presenti le informazioni ottenute nella fase precedente, ci immedesimiamo nell’utente tipo (o nei diversi gruppi di utenti tipo) che utilizzerà questo strumento, chiedendoci cosa si aspetterebbe di trovare in un determinato livello di navigazione e quale interazione vorrebbe in una determinata pagina. Insomma, cerchiamo di risolvere tutte le possibili frustrazioni da utilizzo, mantenendo le funzioni fondamentali e quelle già ben integrate.

Durante questa fase ci concentriamo sui concetti di User Stories e di User Flow:

  • definiamo User Stories un documento in cui descriviamo punto per punto cosa un certo tipo di utente si aspetta (o dovrebbe aspettarsi) in una determinata circostanza;
  • lo User Flow, invece, è lo schema che definisce le varie funzioni e passaggi che servono a portare a termine un determinato compito.

L’esito della fase di Teorizzazione sarà un wireframe (una cosiddetta “bozza rapida”) di come si presenterà l’interfaccia grafica dello strumento. Spesso viene prima abbozzato a penna su fogli di carta (sì, anche per i cosiddetti lavori “digital” si usa ancora la carta) e poi ridisegnato al computer. In questo modo si ottiene un modello di navigazione base, fondamentale nella fase successiva, quella di Test.

Test

test user experience

È arrivato il momento di testare ciò che abbiamo progettato seguendo i due principi cardine della fase precedente: la Usability e l’Information Architecture.

Quando si parla di test si entra in una fase tanto cruciale quanto delicata. “Per il processo di produzione e prototipazione del materiale finale.” penseranno alcuni di voi. “Anche” rispondiamo noi.

Infatti, tra le poche cose certe della vita ci sono: le tasse, la morte e il fatto che chiunque si definisca “Designer” sarà molto sensibile alle critiche che riceverà per il proprio lavoro.

Per questo la fase di test non presuppone soltanto un certo rigore scientifico, ma anche una particolare attenzione al lato umano e una forte predisposizione all’ascolto.

In particolare, chi si cimenta nel mestiere di UX Designer deve partire dal presupposto che il suo lavoro verrà criticato, messo in dubbio e in alcuni casi distrutto. Questo perché il suo elaborato dovrà mettere d’accordo un numero considerevole di persone, con background e conoscenze tecnologiche differenti: lo stakeholder del progetto, gli utenti targettizzati per utilizzare quel tipo di piattaforma e chiunque abbia voglia di perdere 10 minuti della propria vita per dargli un consiglio “da esterno”. Infine, rientra in campo la nonna, perché solo se anche lei riesce ad usarlo, puoi dire di aver fatto il lavoro migliore possibile.

Dal momento che la nonna nel 99,9% dei casi non supera la prima schermata di wireframe, gli utenti targettizzati spesso non riescono a ritrovarsi in alcuni passaggi e lo stakeholder non è del tutto soddisfatto dalla bozza perché “si aspettava di più”, dobbiamo metterci in pace con noi stessi e prendere appunti.

Queste pagine di appunti serviranno a capire dove effettivamente gli utenti si perdono, dove ciò che pensavamo fosse perfetto per loro non lo è per nulla e tutta un’altra serie di critiche che diventano fondamentali per ottenere alla fine un prodotto User Centered. Perché, dopotutto, l’utente ha sempre ragione.

Tutto ciò porta automaticamente alla prossima fase.

Ripetizione delle fasi precedenti fino ad un esito di test soddisfacente

Ripetizione UX Design

Non c’è molto altro da aggiungere: il titolo già descrive con esattezza il fulcro di questa fase. Quello che non viene descritto sono le giornate passate a fissare lo schermo chiedendosi come sia possibile che una certa cosa non funzioni o se, invece, siamo soltanto dei geni incompresi e sono gli altri a doversi adattare al nostro lavoro.

Alla fine, dobbiamo scendere a patti con i risultati dei test, smontare tutto e ricostruire, e ammettere che, in effetti, così funziona meglio. (Ma avevamo comunque ragione noi).

Prototipazione

prototipazione UX Design

Dopo aver messo d’accordo i bisogni di tutti e, soprattutto, dopo aver ottenuto l’autorizzazione a proseguire con il proprio progetto, si passa alla fase di prototipazione che significa, in poche parole: mettere in bella copia il wireframe. In gergo: “vestirlo”.

È la fase più libera e creativa, in cui sceglieremo i colori e le forme che aiuteranno l’utente a utilizzare la piattaforma, le azioni che la renderanno ancora più intuitiva e gradevole e tutto ciò che di grafico può portare a una bella esperienza finale, dando supporto al lavoro strutturato nelle fasi precedenti. Questi aspetti sono sintetizzati nei concetti di Visual Design e Interaction Design.

Conclusione

UX

Ormai sulle ali dell’entusiasmo, infiocchettiamo tutto e passiamo il nostro lavoro nelle mani dei programmatori, che avranno il compito di seguire passo passo le istruzioni grafiche ricevute.

Ciò che ancora non abbiamo detto è che, per buona educazione ma soprattutto per garantire la buona riuscita del progetto, in quasi tutte le fasi dovrebbe esserci un momento di confronto tra il Designer e il programmatore. In poche parole, possiamo paragonare il ruolo del Designer e quello del programmatore a quelli di architetto e ingegnere: il primo vorrebbe l’impossibile, il secondo gli pesta i piedi sotto il tavolo della sala riunioni perché sarebbe compito suo renderlo possibile.

Questo, in sintesi, è ciò che spiegheremmo a nostra nonna nel caso in cui avesse la malaugurata idea di chiederci cosa facciamo nella vita. Consci del fatto che, probabilmente, si aspetta come risposta un semplice “Faccio disegnini, nonna”.