18 Febbraio, 2019 | Di

Da “covfefe” a “hhsdjh”: la viralità dei post incomprensibili

domanda

Correva l’anno 2017, e già allora tutti gli occhi erano (prevedibilmente) puntati sui canali social del Presidente degli Stati Uniti Donald Trump.

In Italia era l’alba, a Washington mezzanotte, e un tweet del Presidente si arena su una parola incomprensibile: covfefe.

È questione di istanti: internet coglie la palla al balzo, lanciandosi in parodie, meme e congetture tra il fantasioso e il polemico.

trump

Torniamo al 2019.

Sull’account Facebook Ikea compare un post misterioso. Sei lettere, probabilmente frutto di un social media manager distratto appoggiato con il gomito sulla tastiera.

Nessun contenuto, nessuna immagine, solo una serie di caratteri apparentemente (…o forse no?) senza senso.

Come prevedibile, il web impazzisce. Di nuovo.

Qualcuno non crede all'ipotesi dell’errore umano. Insomma, stiamo parlando di Ikea, che ha una presenza social massiccia e curatissima. Non può trattarsi di una svista!

C’è addirittura chi sospetta un esperimento social, magari volto a misurare la reazione del pubblico a una provocazione o a un enigma.

La risposta dei follower è impressionante: in meno di due giorni il post raccoglie ventimila like e svariate migliaia di commenti e condivisioni. Diventando, ovviamente, virale.

ikea

Due situazioni simili, due reazioni analoghe.

Né Trump né Ikea si sono affrettati a eliminare il contenuto “incriminato” – una scelta saggia, visto che gli utenti sono rapidissimi a fare screenshot – e hanno invece scelto di cavalcare l’onda di quello che è stato, forse, un errore di comunicazione.

Dopo il post di Ikea, infatti, i follower della pagina si sono sbizzarriti con battute e commenti, facendo, di fatto, il gioco dell’azienda: “hhsdjh” è diventato virale, portando traffico sulla pagina Facebook dell’azienda e creando buzz attorno alla vicenda. Con ironia e leggerezza, confermando che la fanbase di Ikea è sensibile e reattiva a questo genere di comunicazione. Anche quando non prevista.

Di fatto, per l’azienda (e per Trump all’epoca) sembrerebbe trattarsi di un cosiddetto “lucky strike”. Uno scivolone comunicativo trasformato in un picco di visibilità ed engagement a costo zero.

Forse troppo “lucky” per essere casuale. Il post è rimasto online a lungo, così tanto da far arrivare a dubitare che si tratti di un errore da correggere. È altrettanto probabile che, viste le reazioni positive della audience (incuriosita e in prima linea nella gara al commento più divertente), l’azienda abbia deciso di non intervenire e lasciare che la vicenda si svolgesse in maniera naturale.

Attenzione però: il risultato non è garantito.

Ikea ha 27 milioni di fan, Trump supera i 50 milioni, e hanno una presenza online massiccia e consolidata, con un Tone of Voice ben collaudato.

Il pubblico potrebbe non essere altrettanto entusiasta di fronte allo stesso contenuto proposto da qualcuno di meno esperto.

Quindi, nel dubbio, occhio ai typo.